Periferie

Disordini a Milano, i giovani arrestati: «Vogliamo essere ascoltati»

Precarietà economica, discriminazioni e contestazioni sull’intervento degli agenti emergono dai racconti raccolti.

Disordini a Milano, i giovani arrestati: «Vogliamo essere ascoltati»

Manuel, 21 anni, è uscito dalla questura di Milano dopo 24 ore di arresto insieme ad altri tre giovani fermati in seguito ai disordini nel centro del capoluogo lombardo. A Fanpage.it ha raccontato la propria esperienza e quella di ragazzi che, a suo dire, vivono tra lavoro irregolare, difficoltà economiche e assenza di prospettive. Le testimonianze sono state raccolte dopo la mobilitazione nazionale contro il carovita e gli scontri avvenuti a Milano, Torino e Bologna.

«La violenza è la nostra voce, l’unica che viene ascoltata», ha dichiarato Manuel, sostenendo che la distruzione delle vetrine sia diventata, per alcuni giovani, uno strumento per attirare l’attenzione delle istituzioni. Il ragazzo ha riferito di vivere da solo a Milano e di lavorare in nero. Ha inoltre raccontato che il padre è detenuto a Pavia e che la madre vive con il proprio compagno. «Il 18 ottobre sono sceso in piazza perché non ce la facciamo più», ha detto, collegando la protesta alla mancanza di occupazione e all’aumento delle spese quotidiane.

Il racconto del fermo

Secondo la versione fornita da Manuel, durante gli scontri le forze dell’ordine avrebbero utilizzato manganelli, spray al peperoncino e scudi. Il giovane ha detto di essere stato bloccato, perquisito e portato in una caserma vicino all’ospedale Fatebenefratelli perché privo di documenti. Ha riferito di essere rimasto trattenuto per circa un giorno e mezzo, senza poter contattare qualcuno, e di avere trascorso la notte in una cella insieme ad altre persone, in condizioni che ha descritto come difficili. Si tratta di accuse contenute nella sua testimonianza, non accompagnate nel testo da una replica delle forze dell’ordine.

Gli episodi più gravi si sono verificati tra piazza Duomo e via Torino, dove gruppi di giovani e giovanissimi, molti dei quali vestiti di nero e incappucciati, hanno danneggiato vetrine, dehors e tavolini, oltre a saccheggiare un supermercato Carrefour. La polizia è intervenuta con reparti antisommossa, idranti e mezzi blindati. Secondo fonti ufficiali, 271 persone sono state portate in questura, tra cui 220 minorenni e 60 stranieri. Gli arrestati risultavano 32, di cui 23 minorenni e 13 stranieri; altre 28 persone sono state denunciate e per 174 è stato disposto il fermo preventivo. Negli scontri sono rimasti feriti anche 14 operatori delle forze dell’ordine.

Povertà, identità e rabbia

Lele, residente nella periferia milanese, ha raccontato di avere dormito per strada e di non essere riuscito, in alcuni periodi, a comprare il cibo. Il fratello Lalo ha riferito di avere perso molto peso mentre lavorava come muratore e cercava di contribuire alle spese familiari. Blanco, che vive nelle case popolari di Lucernate, ha invece parlato del costo dei beni essenziali, delle visite mediche e dei libri scolastici, spiegando di avere rinunciato a frequentare l’istituto alberghiero per motivi economici.

I giovani intervistati hanno descritto una vicinanza tra ragazzi delle periferie e figli di immigrati, indicando nella precarietà, nella fame e nella percezione di discriminazioni elementi comuni. Manuel ha detto di sentirsi spesso etichettato come «maranza» e di considerare lo Stato il principale responsabile del loro abbandono. La mobilitazione, secondo i ragazzi, sarebbe stata alimentata anche attraverso TikTok, Instagram e Telegram. Pur condannando i danneggiamenti e i furti, hanno sostenuto di volere soprattutto essere ascoltati e avere opportunità di lavoro e di autonomia. Manuel ha concluso dicendo di desiderare una vita stabile e di sentirsi lasciato solo dalla famiglia e dalla società.