Igiene orale e salute

Aumento dei casi di parodontite nonostante migliori abitudini igieniche

Negli ultimi trent'anni, i casi di parodontite grave sono aumentati del 50% in Italia, nonostante le migliori pratiche di igiene orale.

Aumento dei casi di parodontite nonostante migliori abitudini igieniche

Negli ultimi trent’anni, le abitudini di igiene orale degli italiani sono cambiate profondamente: spazzolini elettrici, filo interdentale, collutori e controlli periodici dal dentista sono ormai pratiche diffuse in gran parte delle famiglie. Eppure, secondo le più recenti stime epidemiologiche, nello stesso periodo i casi di parodontite grave sono aumentati del 50%, arrivando a interessare circa 9 milioni di persone solo in Italia. A livello globale, si stima che oltre un miliardo di individui conviva con forme severe di questa malattia, che resta una delle principali cause di perdita dei denti in età adulta.

Come è possibile che, pur migliorando l’igiene orale, il problema non solo non si sia ridotto, ma sia addirittura peggiorato? È bene sapere, innanzitutto, che la parodontite è una malattia subdola: nelle fasi iniziali, infatti, dà pochi segnali evidenti (alitosi, sanguinamento gengivale e sensibilità al caldo e al freddo) e capita spesso che venga notata solo quando i danni ai tessuti che sostengono i denti sono già in fase avanzata. Questo, però, non basta a spiegare l’aumento dei casi gravi. La risposta più completa va cercata nell’evoluzione delle conoscenze scientifiche degli ultimi vent’anni, che hanno progressivamente modificato il modo di intendere questa patologia.

Perché l’igiene orale da sola non basta più

Per molto tempo, la parodontite è stata considerata semplicemente una conseguenza dell’accumulo di placca batterica sui denti e sulle gengive. Di conseguenza, una corretta igiene orale sembrava sufficiente a prevenirla. Le ricerche degli ultimi decenni hanno, però, dimostrato che le cose sono più complesse dato che, a parità di attenzione nella pulizia dei denti, alcune persone sviluppano la malattia e altre no.

Il motivo è che nella comparsa e nella progressione della parodontite sono coinvolti numerosi altri fattori, che si sommano e interagiscono tra loro: la composizione del microbiota orale, la risposta del sistema immunitario, la predisposizione genetica individuale, le abitudini alimentari, uno stato di infiammazione cronica di basso grado e alcuni fattori ambientali legati allo stile di vita. È per questo che, attualmente, la parodontologia si sta spostando sempre più verso un approccio di medicina personalizzata, capace di considerare la persona nel suo complesso.

Come è cambiata la ricerca

Un passaggio importante in questo percorso è arrivato con gli studi che, a partire dagli anni Novanta, hanno iniziato a descrivere in modo più preciso quali batteri popolano il cavo orale e in che modo si organizzano tra loro, distinguendo specie più o meno associate alla malattia parodontale. Da lì, la ricerca ha continuato ad approfondire il ruolo del microbiota orale nel suo insieme, arrivando a comprendere come uno squilibrio di questo ecosistema batterico possa innescare una risposta infiammatoria eccessiva da parte dell’organismo, capace di danneggiare i tessuti che sostengono i denti.

Proprio questa relazione tra microbiota e sistema immunitario ha permesso di collegare la salute delle gengive alla salute generale della persona: numerosi studi hanno, infatti, evidenziato legami tra la parodontite e altre patologie, come il diabete o le malattie cardiovascolari, confermando che la bocca non va considerata come una parte isolata dal resto del corpo.

Le ricerche più recenti continuano ad approfondire proprio l’ambito della medicina di precisione applicata alla parodontologia, che si impegna a comprendere in modo sempre più dettagliato il profilo biologico di ciascun paziente; in questo modo, si possono effettuare scelte terapeutiche mirate, anziché utilizzare protocolli standardizzati validi per chiunque.

Per poter curare al meglio la parodontite, è fondamentale un approccio diagnostico approfondito che integri analisi microbiologiche, valutazioni biomolecolari e test enzimatici per comprendere lo stato infiammatorio dei tessuti. Ciò consente di pianificare un trattamento realmente su misura, che non si limita a intervenire sui sintomi, ma cerca di agire sulle cause biologiche specifiche di ciascun paziente, con l’obiettivo di ottenere risultati più duraturi nel tempo e ridurre il rischio di recidive.