Diritti contestati

Milano, il racconto sui controlli a un gruppo di ragazzi

Giorgia Rossi riferisce di presunte condotte aggressive, spiegazioni insufficienti e possibili discriminazioni durante l’intervento.

Milano, il racconto sui controlli a un gruppo di ragazzi

Una ragazza presente alle proteste svolte nel centro di Milano ha riferito a Fanpage.it di presunti abusi da parte delle forze dell’ordine e di possibili episodi di profilazione razziale ai danni di alcuni minorenni. La testimonianza è di Giorgia Rossi, responsabile del tavolo diritti del progetto Rivoluzione Milano con Lorenzo Pacini, che ha raccontato quanto avrebbe osservato sotto i portici di corso Vittorio Emanuele, il giorno successivo a una manifestazione.

Secondo la sua ricostruzione, Rossi si sarebbe trovata a passare casualmente nella zona quando avrebbe visto diverse camionette circondare un gruppo di giovani. In un primo momento, ha riferito, erano presenti alcuni agenti; successivamente sarebbero arrivati anche operatori con caschi, manganelli e scudi. La ragazza ha spiegato di essersi avvicinata per chiedere chiarimenti e di aver appreso da un agente che l’intervento sarebbe stato avviato dopo segnalazioni provenienti dalla Rinascente, dove i giovani sarebbero stati sospettati di avere tentato alcuni furti indossando passamontagna o scaldacollo.

Il fermo e le versioni degli agenti

Rossi ha sostenuto che i ragazzi sarebbero stati trattenuti insieme, senza poter utilizzare il telefono e senza ricevere, a suo dire, informazioni sufficienti sulle ragioni del provvedimento. Ha inoltre riferito di avere assistito a un atteggiamento verbalmente aggressivo e al successivo trasferimento dei giovani sulle camionette. Uno dei ragazzi, secondo il suo racconto, le avrebbe chiesto dopo quanto tempo il trattenimento potesse essere considerato un sequestro di persona, mostrando la confusione e la paura vissute in quei momenti.

La testimone ha riferito anche che gli agenti avrebbero fornito spiegazioni differenti: uno avrebbe parlato di fermo, un altro di esigenze legate all’ordine pubblico. Si tratta, ha osservato Rossi, di fattispecie diverse, la cui legittimità dipende dalle circostanze concrete, dalle motivazioni indicate e dalle procedure seguite. Alcuni giovani sarebbero stati perquisiti senza che venisse trovato nulla. Sempre secondo la sua versione, non sarebbero state spiegate in modo adeguato né le ragioni del provvedimento né le possibilità di tutela previste dalla legge.

L’accusa di profilazione razziale

Nel corso dell’intervista Rossi ha collegato l’episodio al tema della profilazione razziale, chiedendo di verificare se i controlli siano fondati su comportamenti e indizi individuali oppure se l’aspetto, l’origine percepita o l’appartenenza a un determinato gruppo possano diventare criteri impliciti di sospetto. A suo giudizio, alcuni giovani nati in Italia sarebbero sottoposti a una condizione di esclusione e non riuscirebbero a esercitare pienamente i propri diritti.

La ragazza ha inoltre ricondotto le tensioni alle condizioni di marginalità delle periferie, alla carenza di opportunità e alla difficoltà di integrazione sociale. Ha criticato un approccio istituzionale che, nella sua lettura, interviene soprattutto quando il disagio esplode, senza affrontarne le cause strutturali. Tra i temi richiamati figurano la riqualificazione delle periferie, l’integrazione scolastica e il tetto del 30 per cento agli studenti con background migratorio, indicato da Rossi come parte di un quadro discriminatorio.

La testimonianza descrive dunque la vicenda dal punto di vista di una presente all’accaduto e contiene accuse rivolte alle modalità dell’intervento e alla sua possibile selettività. Nel testo non vengono riportate le eventuali versioni delle forze dell’ordine, né risultano indicati provvedimenti giudiziari o accertamenti conclusivi sulle condotte denunciate. Rossi ha infine sostenuto la necessità di investire nell’integrazione, nelle opportunità educative e nella partecipazione dei giovani alla vita civile.