Disagio sociale

Milano, 891 euro al mese: la paura di perdere il lavoro

Un facchino cinquantenne descrive privazioni, affitto e rinnovi contrattuali settimanali.

Milano, 891 euro al mese: la paura di perdere il lavoro

Alessio, nome di fantasia, ha 50 anni e lavora come facchino traslocatore in un ospedale di Milano. Ogni mese riceve uno stipendio di 891 euro, una somma che, racconta, viene quasi interamente assorbita dall’affitto e dalle bollette. Le spese fisse ammontano a circa 700 euro e con ciò che resta deve provvedere al cibo e alle altre necessità quotidiane.

L’uomo ha raccontato la propria situazione a Fanpage.it, spiegando di vivere con la paura di non riuscire a pagare la casa e di perdere il posto. Il suo contratto viene rinnovato di settimana in settimana e, secondo la sua testimonianza, i dipendenti possono essere mandati via in qualsiasi momento. A rendere ancora più difficile la condizione è l’assenza di buoni pasto, che lo costringe a sostenere anche il costo dei pasti durante le sei ore di lavoro.

Dal lavoro usurante alla precarietà

In passato Alessio ha svolto diversi impieghi da operaio, occupandosi della manutenzione dei tombini e dei binari ferroviari. Erano lavori meglio retribuiti, ma con il tempo i problemi fisici alla schiena, al collo e in altre parti del corpo sono aumentati. Dopo aver lasciato quelle mansioni, ha lavorato come venditore di materiale elettrico, fino alla perdita del posto durante una fase di licenziamenti.

Dopo aver ricevuto la buonuscita, ha fatto ricorso alla Naspi. L’indennità, inizialmente percepita per intero, si è ridotta progressivamente fino a circa 900 euro. La necessità di continuare a lavorare lo ha portato ad accettare l’impiego nell’ospedale milanese, nonostante la retribuzione molto bassa rispetto alle spese da sostenere.

Le rinunce quotidiane

Per riuscire ad arrivare alla fine del mese, racconta di limitare anche il cibo. In alcuni giorni, dice, si concede soltanto una piadina. La stessa difficoltà riguarderebbe altri colleghi: uno di loro, secondo il suo racconto, avrebbe perso 20 chili non per scelta, ma per la necessità di ridurre le spese alimentari.

Alla precarietà economica si aggiunge il timore di essere sfrattato e di non riuscire a mettere in tavola neppure un piatto di pasta. Alessio riferisce inoltre che il responsabile avrebbe minacciato di interrompere il rapporto con chi avesse sollevato obiezioni o contestato le condizioni di lavoro. Il timore di essere riconosciuto, spiega, è anche il motivo per cui viene utilizzato un nome di fantasia.

La situazione ha avuto conseguenze anche sulla vita personale. L’uomo racconta di aver azzerato quasi completamente le uscite con gli amici perché non può permettersi di spendere e si vergogna di dover chiedere agli altri di pagare per lui. Dopo aver cercato altre occupazioni, si è sentito dire di essere troppo anziano. Il risultato, afferma, è la sensazione di non avere più strumenti per cambiare una condizione fatta di rinunce, insicurezza e paura di perdere l’unica entrata disponibile.