Sarebbero almeno otto i casi di tubercolosi emersi all’Istituto di Medicina Legale dell’Università Statale di Milano, nella sede di via Mangiagalli. Il focolaio, individuato nelle ultime settimane, coinvolgerebbe medici specializzandi, specialisti e altro personale della struttura. A riferire la notizia è il Corriere della Sera.
Lo screening sul personale
Quattro degli otto casi sarebbero stati individuati attraverso uno screening mirato. Nessuna delle persone risultate positive, secondo le informazioni disponibili, è stata ricoverata. Gli accertamenti hanno interessato il personale potenzialmente esposto e sono tuttora parte delle verifiche avviate dopo la comparsa dei primi casi.
Sulla vicenda è intervenuta l’Associazione liberi specializzandi, che ha inviato una lettera alla rettrice Marina Brambilla e all’Ispettorato del lavoro. Nella comunicazione vengono lamentate presunte violazioni dei protocolli previsti per situazioni di questo tipo. Le contestazioni dovranno essere valutate dagli organismi competenti nell’ambito degli accertamenti in corso.
Indagini sulla possibile origine
L’origine del contagio non è stata ancora accertata. Tra le ipotesi considerate c’è quella secondo cui la diffusione possa essere collegata a un’autopsia su una persona a rischio tubercolosi, una circostanza che può favorire l’esposizione al batterio in ambienti chiusi. Non è tuttavia possibile stabilire, allo stato attuale, se l’esame autoptico rappresenti effettivamente il punto di partenza del focolaio.
Le verifiche sono condotte dall’Ats in raccordo con l’Università Statale di Milano. Gli accertamenti dovranno chiarire la catena dei contagi e verificare se i protocolli di sicurezza siano stati applicati integralmente. Saranno inoltre valutate le misure adottate per individuare eventuali ulteriori casi tra le persone entrate in contatto con i soggetti coinvolti.
La tubercolosi è un’infezione batterica che colpisce generalmente i polmoni e può non manifestarsi con sintomi improvvisi. La trasmissione richiede di norma un contatto stretto e prolungato, soprattutto in ambienti chiusi, con una persona affetta dalla forma attiva della malattia. Sono disponibili protocolli antibiotici consolidati per trattare sia l’infezione sia la patologia, con guarigione completa nella quasi totalità dei casi.